Akronimo
Divisivi e no

Bei tempi quando giocavamo a cowboy e
indiani, o a guardie e ladri e poi, crescendo,
ci dividevamo fra destra e sinistra. Ora, con
tutti i problemi che già abbiamo, ci tocca pure
domandarci se siamo o no “divisivi” e “seminatori
di odio”. E, in caso affermativo, redimerci
e scusarci per avere magari inavvertitamente
sabotato la “pacificazione nazionale”.
Prodi e Rodotà non sono andati al Quirinale in
quanto “divisivi”: conoscendo B., l’avrebbero
tenuto lontano dal governo; invece Napolitano,
conoscendo B., l’ha tenuto molto vicino, anzi
dentro. Enrico Letta è divenuto premier proprio
perché non è divisivo: anzi, è proprio indivisibile
dallo zio. L’altro giorno un Comune
toscano ha rinunciato a intitolare la sala consiliare
a un’eroina partigiana perché la Resistenza
“è divisiva”. Giusto: non c’è nulla di più
partigiano dei partigiani, che osavano combattere
i fascisti, per giunta con le armi, anziché
abbracciarli fraternamente e farci un governo
insieme. Molto divisiva la requisitoria Boccassini
al processo Ruby: la toga rossa ha chiesto
per il Cavaliere di Hardcore 6 anni di galera più
interdizione perpetua, anziché congratularsi
per le cene eleganti e soprattutto per i dopocena,
così aprendo un’insanabile divisione fra
puttanieri e non. Un po’ come il divisivo Battiato,
saggiamente cacciato dal governatore
Crocetta per aver eretto un muro invalicabile
fra onorevoli troie e non. Lo stesso dicasi della
divisiva pm Annamaria Fiorillo, punita dal
Csm perché, dicendo la verità sulla notte di
Ruby in Questura, ha scavato un profondo fossato
fra chi mente e chi no. Divisiva anche la
Corte d’appello di Milano che, condannando
un evasore fiscale per evasione fiscale, ha innescato
pericolose spaccature fra chi non paga
le tasse e chi le paga anche per lui. Molto divisive
le figlie di Tortora, che “facevano meglio
a tacere” e a cogliere la sottile ironia nell’autoaccostamento
di B. al loro genitore: egli non
intendeva paragonarsi a lui per il processo (Enzo
fra l’altro era innocente), ma per la decisiva
importanza del fattore ornitologico nelle carriere
di entrambi.
Gli episodi di cui sopra servano di lezione agli
italiani: ciascuno è chiamato a fare la sua parte,
improntando la vita quotidiana ai più rigorosi
criteri di non-divisività e pacificazione nazionale.
Qualche esempio aiuterà a capire meglio
la portata della sfida. Se siete in auto, fermi al
semaforo, e un pirata della strada ubriaco fradicio
col bottiglione di whisky in una mano e il
cellulare nell’altra vi tampona violentemente
sderenandovi la macchina, contate fino a dieci
prima di uscire dalla carcassa; e, quando lo fate,
andategli incontro a braccia aperte, domandandogli
se si sia fatto male, rimborsandogli
sull’unghia il danno arrecatogli e scusandovi
per la vostra inopinata presenza proprio davanti
al suo Suv, scevri da qualsivoglia atteggiamento
odiatorio e divisivo. Se un ladro vi
scippa la borsa per strada, rinunciate a rincorrerlo
per recuperare il maltolto (sarebbe un sintomo
inequivocabile di odio) e contribuite alla
pacificazione nazionale: se possibile, mentre
s’allontana, augurategli buona fortuna e dettategli
al volo il pin del vostro bancomat. Se fate
i vostri bisogni al bagno pubblico e un teppista
vi orina addosso, abbandonate inutili odii o
tentazioni divisive: lasciategli completare la
minzione e congratulatevi per la splendida mira.
Se, rincasando, trovate vostro marito a letto
con un’altra, allontanatevi in punta di piedi per
non interrompere divisivamente l’amplesso e, a
cose fatte, servite alla coppia due caffè e cornetti
alla crema. Se siete una bella ragazza e un tamarro
vi fa la manomorta sul bus, rifuggite da
gesti inconsulti e divisivi, tipo ceffone o urlo o
chiamata al 113: anzi, ringraziate il nuovo corteggiatore
per il gentile pensiero e invitatelo a
cena. Solo così, in un futuro che tutti speriamo
prossimo, avrà fine l’annosa guerra civile permanente
fra palpeggiatori e palpeggiate.

di Marco Travaglio - Il Fatto Quotidiano 14 maggio 2013

Il Portabugie

In questi tempi bizzarri accadono cose davvero
strane. Càpita persino di ricevere lezioni
di giornalismo e deontologia da Pasquale
Cascella, giornalista di cui sfuggono i pensieri e
le opere, ma non le parole e le omissioni. Giornalista
dell’Unità a targhe alterne, Cascella fu
portavoce di Napolitano presidente della Camera,
poi di D’Alema premier (quando Palazzo
Chigi divenne – Guido Rossi dixit – “l’unica
merchant bank dove non si parla inglese”), poi
di Violante capogruppo Ds alla Camera, poi di
nuovo di Napolitano presidente della Repubblica.
Dunque è Cavaliere di Gran Croce, Grand’Ufficiale
e Cavaliere dell’Ordine al merito
della Repubblica, e ora candidato del Pd a sindaco
della natìa Barletta. Ieri il Port. Cand. Cav.
Gr. Cr. Grand’Uff. ha rilasciato un’intervista al
prestigioso programma radiofonico La Zanzara:
“La vicenda D’Ambrosio? Bisogna chiedere a
Travaglio se non ha problemi di coscienza, per
il modo in cui ha fatto informazione, non credo
sia un modo di fare giornalismo. È stato un
attacco mirato alla persona, a Napolitano. Mi
chiedo come alcuni facciano informazione sul
Fatto , come facciano a convivere con la propria
coscienza e deontologia professionale, che nel
caso D’Ambrosio è stata violata”. Questo monumento
dell’informazione libera e indipendente
si riferisce al magistrato Loris D’Ambrosio,
come consigliere giuridico di Napolitano,
sorpreso l’anno scorso dalle intercettazioni
disposte dai giudici di Palermo sui telefoni
di Nicola Mancino ad attivarsi, su richiesta
dell’ex ministro indagato per falsa testimonianza,
per deviare le indagini sulla trattativa
Stato-mafia con pressioni sul procuratore
antimafia Grasso e sui Pg della Cassazione
Esposito e Ciani. Il Fatto , come tutti i quotidiani,
pubblicò le telefonate, depositate e non
più segrete. Criticò, come pochi quotidiani, le
intromissioni del Quirinale in un’indagine in
corso. E, come nessun quotidiano, diede la parola
a D’Ambrosio con un’ampia intervista.
D’Ambrosio disse di non poter rispondere sul
ruolo di Napolitano mandante delle sue mosse
(come emergeva dalle sue parole intercettate),
perché era tenuto a un presunto “segreto” e a
un’imprecisata “immunità” presidenziale. Ma
s’impegnò a farlo se il capo dello Stato l’avesse
svincolato. Il che purtroppo non avvenne: al
posto suo intervenne Cascella per opporre il
silenzio stampa. Il Fatto inviò le domande direttamente
a Napolitano. Il quale rispose, con
un dispaccio recapitatoci da un messo in motocicletta,
che non intendeva rispondere. Però
fece poi sapere che D’Ambrosio gli aveva offerto
le dimissioni e lui le aveva respinte confermandogli
“affetto e stima intangibili”. Anche
quella fu una risposta ai nostri interrogativi,
incentrati su una questione cruciale:
quando D’Ambrosio svelava a Mancino di aver
parlato a Grasso, Esposito e Ciani in nome e per
conto del “Presidente” che “ha preso a cuore la
questione” e “sa tutto”, millantava credito o
diceva la verità? Il fatto che Napolitano gli confermasse
fiducia significa che D’Ambrosio non
millantava: obbediva agli ordini. Dunque tutto
ciò che ha fatto, conseguenze comprese, è responsabilità
di Napolitano (e Mancino). Forse
tutto sarebbe ancor più chiaro se il Colle avesse
divulgato il contenuto delle quattro telefonate
Napolitano-Mancino, anziché scatenare la
guerra termonucleare ai pm di Palermo per
farle distruggere, a maggior gloria dell’inciucio.
Non contento, quando D’Ambrosio morì d’infarto,
Napolitano tentò di scaricare la colpa su
chi l’aveva criticato. Ora il Port. Cand. Cav. Gr.
Cr. Grand’Uff. Cascella ci riprova. Ma sbaglia
indirizzo. Noi siamo a posto con la nostra coscienza,
avendo esercitato il dovere di cronaca,
il diritto di critica e di replica. Chissà se può
dire altrettanto chi usò D’Ambrosio come scudo
umano e parafulmine. Ma in Italia, oltre al
principio di responsabilità, è stata abolita anche
la vergogna.

Marco Travaglio - Il fatto quotidiano

3 maggio 2013

Unica riforma: le manette

Icori di giubilo anche e soprattutto dentro la

Lega Nord alla notizia di Bossi & his Family

indagati per truffa allo Stato e appropriazione

indebita dimostrano una volta di più che l’unica

istituzione in grado di riformare la politica italiana

non è né il governo, né il Parlamento, né i partiti, né

le Authority, né i mass media: è la magistratura. Dopo

ve n t ’anni di esternazioni politiche, moniti

quirinaleschi, saggi politologici e commenti

cerchiobottisti/cerchiobattisti sull’invasione di

campo delle toghe nel terreno della politica che si

deve rigenerare dal suo interno con le grandi riforme

per combattere l’antipolitica, possiamo

tranquillamente concludere che l’unica riforma dei

partiti esistente in natura è l’avviso di garanzia o, in

alternativa, un bel paio di manette. Per una classe

politica che vive a sua insaputa nell’eterna speranza

di poter delinquere a nostra insaputa, il solo punto di

rottura è l’arrivo dei carabinieri. Fino a quel giorno

non si butta via niente, anche se tutti sanno tutto. Un

giorno, forse, un autore di fantascienza riscriverà la

storia d’Italia degli ultimi vent’anni al netto delle

indagini giudiziarie: ci sarà da divertirsi. Quanto

sarebbero durati Craxi, Andreotti e Forlani con la

loro mastodontica corte di compari e complici, nani

e ballerine, senza le Procure di Milano e di Palermo?

Quel che è certo è che, senza indagini, avvisi di

garanzia, intercettazioni, retate, i chirurghi-macellai

della clinica Santa Rita seguiterebbero a scannare

pazienti sani. Moggi e la sua fairy band

continuerebbero a fare il bello e il cattivo tempo nel

calcio. Fiorani, il banchiere-rapinatore, seguiterebbe

a mettere le mani nei conti dei correntisti della

Popolare di Lodi e pure di Antonveneta. Consorte

avrebbe arraffato la Bnl così finalmente anche gli ex

comunisti avrebbero una banca (la seconda: la prima,

Montepaschi, s’è visto come l’han ridotta). Ricucci e

gli altri furbetti si sarebbero impadroniti del Corr iere.

E lo sgovernatore a vita Fazio sarebbe ancora lì a

trafficare. Bertolaso e i bertoladri sarebbero più che

mai alla guida della Protezione civile, organizzando

finti G8 tipo la Maddalena con opere faraoniche a

prezzi doppi. Totò Cuffaro, anziché a Rebibbia,

sarebbe ancora governatore di Sicilia. Bruno Contrada

infesterebbe vieppiù i servizi segreti. Il nazibandito

Mokbel continuerebbe a imperversare nel mondo

Telecom. Guarguaglini e signora seguiterebbero a

usare Finmeccanica come il cortile di casa, con

Tarantini e Lavitola consulenti nel ramo import-escort.

Lele Mora sarebbe ancora il padrone dei reality e di

tutto l’indotto, in Rai come in Mediaset. Le nomine

negli enti pubblici e parapubblici sarebbero gestite dai

vari Bisignani e Milanese. Filippo Penati, braccio destro

di Bersani, si appresterebbe a diventare vicepremier.

Malinconico e Zoppini sarebbero più che mai

sottosegretari del governo Monti, lisciati e riveriti

come eccellenti “tecnici”. Lusi sarebbe ancora il

tesoriere della fu Margherita, Belsito della Lega, Naro

dell’Udc e nessuno si sognerebbe neppure di

ipotizzare qualche taglietto ai cosiddetti “rimbor si

e l e t t o ra l i ”. Minzolingua sarebbe sempre direttore del

Tg1 per aiutare gli italiani a focalizzare i veri problemi

del Paese: “Charlie, la scimmia fumatrice dello zoo di

Città del Capo”, la “dentiera smarrita in spiaggia da un

bagnante distratto” e i grandi interrogativi esistenziali

che agitano le notti degl’italiani, tipo: “Arriva l’estate e

tornano i gelati: cono o coppetta?”. Naturalmente,

senza le indagini, la Lega seguiterebbe di qui

all’eternità a fingere di avere in Bossi il suo leader,

mentre i vari Trota, trotoni e trotini incasserebbero la

loro paghetta mensile da 5 mila euro a carico nostro.

Non abbiamo parlato dei vari B., Minetti, Fede, Previti,

Dell’Utri, Brancher, Verdini, Scajola e Formigoni boys,

per ovvi motivi. Anche nel Pdl la selezione delle classi

dirigenti la fanno i giudici, ma all’incontrario: lì i

curricula sono i mattinali di questura.

Marco Travaglio - Il Fatto Quotidiano 17 maggio 2012

Grillo contro Maciste

Le accaldate dichiarazioni dei politici su Beppe Grillo sono uno spettacolo impagabile, da scompisciarsi. Tutti contro uno, come contro la Lega delle origini. Sono talmente terrorizzati da non notare la ridicolaggine di un’intera classe politica, seduta su 2,5 miliardi di soldi pubblici camuffati da rimborsi, padrona del governo e del Parlamento nonché di tutti gli enti locali, ben protetta da Rai, Mediaset e giornaloni, infiltrata in banche, assicurazioni, aziende pubbliche e private, Tav, Cl, P2, P3, P4, ospedali, università, sindacati, coop bianche e rosse, confindustrie, confquesto e confquello che strilla come un ossesso contro un comico e un gruppo di ragazzi squattrinati, magari ingenui, ma armati solo delle proprie idee e speranze.Il presidente della Repubblica che commemora la Liberazione dal nazifascismo lanciando moniti, anzi anatemi contro un comico (“il qualunquista di turno”), è cabaret puro.Dice che “i partiti non hanno alternative”: ma quando mai, forse per lui che entrò in Parlamento nel ‘53 senza più uscirne. Tuona contro l’“antipolitica” (e ci mancherebbe pure, vive di politica da 60 anni). Ma non si accorge che nessuno ha mai delegittimato i partiti e la politica quanto lui, che sei mesi fa prese un signore mai eletto da nessuno, lo promosse senatore a vita e capo di un governo con una sola caratteristica: nessun ministro eletto, tutti tecnici più qualche politico travestito da tecnico.E non se ne avvedono neppure i giornaloni che dedicano all’ultimo monito pensosi editoriali dal titolo “Il tempo è scaduto”. Se un comico parla del capo dello Stato e lo sbeffeggia, è normale, mentre non s’è mai visto un capo dello Stato che parla di un comico, per giunta neppure candidato, per dirgli quel che deve fare o dire. Napolitano contro Grillo è roba da “Totò contro Maciste”. Ma il meglio, come sempre, lo danno i partiti. Anche una personcina ammodo come Guido Crosetto del fu Pdl riesce a dire che Grillo gli ricorda “il fascismo”, anzi “il razzismo”, anzi “il nazifascismo”, anzi “G o e bb e l s ” in persona. Le pazze risate. Grillo dice che, se Napolitano difende i partiti, è “il presidente dei partiti”: logica pura, ma per Bersani è “insulto”. Segue minacciosa diffida per leso monito: “Grillo non si permetta di insultare Napolitano, non si arrischi a dire cosa direbbero i partigiani se tornassero: loro saprebbero cosa dire dell’Uomo qualunque”. Brrr che paura. Livia Turco lacrima in tv perché la gente ce l’ha con i politici e non si capacita del perché. Casini intima a Grillo di “entrare in Parlamento a misurarsi coi problemi concreti” e “smetterla con le chiacchiere”. Perché se no? Forse dimentica che Grillo in Parlamento entrò tre anni fa, per portare le firme di 300 mila cittadini su tre leggi d’iniziativa popolare: ma, siccome prevedevano l’incandidabilità dei pregiudicati, il limite di due legislature per i parlamentari e una legge elettorale democratica al posto del Porcellum, i partiti le imboscarono tutte e tre. Anche perché, con quelle, l’Unione dei Condannati si sarebbe estinta e gli altri partiti quasi. Siccome Dio acceca chi vuole rovinare, i partitocrati seguitano a confondere le cause con gli effetti. Grillo l’hanno creato loro: rifiutando le sue proposte, asserragliandosi a palazzo, barricando porte e finestre, alzando i ponti levatoi per tenere lontani dalla politica i cittadini e rovesciando su di loro pentoloni d’olio, anzi di merda bollente. E ora che, al borsino della fiducia, raccolgono tutti insieme il 2%, non trovano di meglio che fare l’ammucchiata: ABC, il Trio Alfanobersanicasini, vanno in giro a braccetto per far numero e volume, annunciando riforme elettorali, leggi sui partiti, tagli alla casta, norme anti-corruzione e misure per la crescita che nessuno farà mai. Più gli elettori si allontanano, più i capi si avvicinano, illudendosi di riempire il vuoto da essi stessi creato. Sfilano al proprio funerale come se il morto fosse un altro.

Marco Travaglio - Il fatto quotidiano, 28 aprile 2012

Balla + balla = verità - di Marco Travaglio

Liberatasi finalmente di Santoro, Dandini e
Saviano, la Rai ha perso 1 milione e mezzo di
telespettatori in un mese grazie anche al
contributo straordinario di sfollagente da
competizione come Minzolingua, Vespa e Ferrara.
L’unica rete che guadagna qualcosa è Rai3, che si
ostina a puntare su Fazio, Gabanelli, Iacona e
Floris. Ma, a neutralizzare anche queste pericolose
macchine da share, che tanto fastidio danno a
Mediaset, provvede da par suo la commissione di
Vigilanza, che l’altroieri ha partorito un’a l t ra
genialata: quella del doppio conduttore. L’idea è
venuta, in esclusiva mondiale, al pizzuto camerata
Alessio Butti. Il suo atto di indirizzo, anziché
suscitare l’immediato arrivo dell’autoambulanza,
ha raccolto vasti consensi nella maggioranza e non
solo: il Pd, dopo una strenua “mediazione” che ha
coraggiosamente strappato il rinvio della
fucilazione dei conduttori sgraditi, alla fine si è
astenuto, esausto. Dunque, recita l’art. 7 dell’atto
impuro, “la Rai dovrà studiare e sperimentare
format di talk show che prevedano la presenza di
due conduttori di diversa formazione culturale, a
garanzia del pluralismo”. E già il fatto che sia
richiesta una formazione culturale purchessia ha
comprensibilmente gettato nel panico
Minzolingua. Ma era tutto un equivoco: la diversa
formazione culturale dei due conduttori significa
che uno sa leggere e l’altro sa scrivere, oppure uno
deve esibire la laurea, mentre per l’altro basta la
licenza elementare. Il passo successivo della
sperimentazione dovrà seguire una serie di linee
guida ancora top secret, che il Fatto è in grado di
rivelare. Qui Radio Londra. Anche Ferrara verrà
affiancato da un sosia all’incontrario: un tipo
smilzo, simpatico, sbarbato, equilibrato, mai stato
comunista né spia della Cia né craxiano né
berlusconiano né ratzingeriano né bushista, ma
soprattutto sano di mente, capace di posizioni
diverse da quella genuflessa e possibilmente non
allergico allo shampoo e al dentifricio. Porta a Porta.
Se Vespa dice che B. è stato assolto, un antiVespa
dovrà dire che è stato condannato. Il fatto che sia
stato prescritto non importa: conta garantire il
pluralismo fra le bugie. Cambierà anche il titolo,
“Balla a Balla”. L’ideale sarebbe affiancare
all’insetto un altro insetto uguale e contrario: tipo
il conduttore de La Zanzara, che del resto scrive su
Panora ma come Vespa. Previsioni del tempo. A ogni
annuncio di alte pressioni in arrivo, dovrà seguirne
uno sulle basse pressioni in agguato; se il
colonnello del Servizio meteorologico
dell’Aeronautica dice che fa sole, qualcuno di
diversa formazione culturale (tipo un chirurgo
plastico) dovrà dire che piove. E così via. Estrazioni del Lotto. “Bari 7, 23, 42…”, ma anche “Bari 12, 56, 7 4 …”, a piacere. Domenica sportiva. Se il moviolista
sostiene che il rigore o il fuorigioco non c’era, un
altro moviolista farà di tutto per dimostrare che
c’era. Se un ospite in studio dice che un giocatore è
una pippa, occorrerà trovarne un altro per sostenere a stretto giro che è un fuoriclasse. Se proprio nessuno se la sente, si prende il primo che passa per la strada e lo si prega di leggere il copione. Tg1. Ogni qualvolta il conduttore
berlusconiano racconterà una balla, cioè sempre, un giornalista vero (pare ne esistano ancora, persino alla Rai) spunterà da sotto la scrivania per scandire: “Non è vero niente”. Il giornalista in questione potrà essere
sostituito da un annuncio audio preregistrato e
preceduto da un plin-plon, come ai grandi magazzini.
Quando poi Minzolingua terrà i suoi celebri editoriali,
una controfigura uguale e contraria (capelluta,
informata, senza zeppola e dotata possibilmente di una
lingua di dimensioni normali) siederà al suo fianco e
ripeterà frase per frase sostituendo i “s e m p re ” con i
“mai”, i “sì” con i “no”, le leccate con i fischi. Se infine
il premier dice “forza gnocca”, si fa come si è sempre
fatto: si censura la notizia. Oppure si annuncia che ha
detto anche “forza pisello”.

Marco Travaglio - Il Fatto Quotidiano - 7 ottobre 2011

La malavitola

L’altra sera Giuliano Ferrara ha riattaccato i suoi comizietti serali su Rai1 con una lode sperticata al suo padrone: “eroe popolare”, “anomalia felice della Storia”, “uomo umile e sor ridente”. Ma anche bello, elegante, slanciato. E fin qui nessuna novità: la voluttà con cui questo fenomeno da baraccone, scambiato per “molto intelligente ” a destra e a sinistra, slinguazza chiunque comandi e gli passi uno stipendio è ormai leggenda. Semmai ci sarebbe da obiettare sul titolo “Radio Londra”, che evoca un che di scomodo, pericoloso, catacombale, come gli appelli dall’esilio del generale De Gaulle dopo l’occupazione nazista della Francia. Invece è la voce del regime che parla dal primo canale della Rai di regime sciogliendo inni al capo del regime. Ma neppure questa è una novità: sono trent’anni che noi cittadini stipendiamo questo giullare di tutte le corti: prima come consigliere comunale Pci, poi come europarlamentare Psi, poi come trombettiere garofaniero su Rai2, poi come ministro e portavoce del primo governo Banana, poi come direttore del Foglio clandestino coi sussidi della Presidenza del Consiglio, ora come primo trombone del Cavalier Patonza su Rai1. L’altra sera il noto campione d’indipendenza raccontava agli italiani sfortunatamente capitati alla visione e all’ascolto che del suo padrone non possiamo fare a meno perchè “ha introdotto in Italia alcune cose importanti”: 1) “la possibilità di scegliere chi va a Palazzo Chigi” (forse non sa che il premier lo sceglie il capo dello Stato, non gli elettori, visto che siamo e restiamo una Repubblica parlamentare); 2) “un nuovo modo di guardare l’economia” (poche ore dopo ha provveduto Standard & Poor’s a guardare la nostra economia in un nuovo modo: declassandola); 3) “un nuovo linguaggio della politica”. E almeno questo è vero. Un tempo, per quanto malavitosi, i politici italiani si sforzavano di parlare una lingua diversa da quella della malavita. Ora i linguaggi coincidono, e Ferrara modestamente è all’avanguardia. Commentando l’indagine di “questi ragazzotti in cerca di protagonismo” (i pm di Napoli) sul ricatto a B. di Lavitola & Tarantini ha dichiarato: “Che c’entra col ricatto il fatto che degli amici sono un po’ insistenti e alla fine ti spillano dei quattrini? Io li proteggo, embè? È un ricatto questo? No, è protezione di un amico. Io sono molto ricco e generoso, gli ho dato dei soldi. È reato questo?”. Provate ora a rileggere queste parole con un lieve accento siciliano, meglio se con inflessione corleonese: “Minchia, signor commerciante, scusasse se sono tanticchia insistente, ma vossia è motto ricco, c’ha i piccioli pure int’u culu e abbiamo saputo puro che c’ha delle bedde criaturi che vanno alla scola in cima alla strata, ma bisogna starci attenti a ‘sti picciriddi, quacchiduno potrebbe facci del male, e noi li vogliamo sempre in salute, infatti siamo qui a offrirci la protezione, che costa puro poco… E me lo chiama pizzu chistu? Ma quali pizzu, quali riato! Chista protezione è! Generosità è! Ci siamo capiti, ah? Che facciamo, ripassamo domani?”. Basta tradurre in corleonese le ultime esternazioni del premier e dei suoi turiferari per coglierne il senso profondo. “Valter, rimani all’estero ”. “Te l’avevo detto che ci intercettavano”. “Non vado a testimoniare per non darla vinta ai pm”. “I magistrati hanno ridotto in miseria Ta ra n t i n i ”. “L’indagine deve passare a Roma”. E anche la chicca di Ferrara sui pm “ra gazzotti”. Viene in mente il giudice Rosario Livatino che, appena osò indagare su mafia, politica e massoneria nell’Agrigentino, fu subito insultato dal presidente Cossiga: “Possiamo continuare con questo tabù, che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno?”. La mafia risolse il problema ammazzando il giudice ragazzino il 21 settembre 1990. Trentun anni a oggi. Ferrara, commosso, l’ha voluto commemorare da par suo.

Marco Travaglio - Il Fatto Quotidiano 21 settembre 2011

Salvate il soldato Tibia

È il momento di dare una svegliata ai trombettieri del Cainano. Li vediamo un po’ svogliati. Con quel che gli costano, dovrebbero impegnarsi decisamente di più.
Ancora sei mesi fa, mentre lui come sempre troieggiava, troneggiavano tutti insieme sotto un filare di mutande appese in un teatro di Milano al grido di “basta moralismo e puritanesimo” nella grande manifestazione dei “servi liberi” e felici. Ora cincischiano, sbadigliano, fanno melina. Prendete Giuliano Ferrara, il Molto Intelligente. Sul Foglio sostiene, come sempre, che se c’è un’indagine è colpa dei pm e delle intercettazioni: dunque, se uno ha la febbre, è colpa del termometro e, se uno ha la faccia da culo, è colpa dello specchio. Poi però ammette che “Berlusconi risulta scandaloso”. E, fatto il danno, crede di cavarsela scrivendosi la solita letterina firmata Berlusconi per rassicurare i suoi tre lettori (tutti parenti stretti) che erano solo cene eleganti. Eh no, troppo comodo: uno che incassa
tanto oro quanto pesa non può cavarsela così.
Anche Belpietro, nelle 12-13 comparsate quotidiane in tv, dà evidenti segni di stanchezza. Appare fiacco, demotivato, privo di mordente. Difende il padrone
malvolentieri, svicola, divaga, perde colpi. Feltri addirittura si defila: l’altroieri sul Giornale, nel giorno dell’alluvione telefonica, invitava Al Fano a “difendere gli asili privati”. Ma scherziamo? Il golpe mediatico-giudiziario avanza a tenaglia fra Milano,
Napoli e Bari, e lui si occupa di bambini, per giunta maschi? Non ci siamo: richiamare all’ordine i disertori, prima che sia troppo tardi. Anche perché stanno lasciando solo quel pover’uomo di Sallusti in arte Olindo. Ieri, nel giorno delle intercettazioni di
Bari, titolava a tutta prima: “Lettera di Berlusconi” (quella di Ferrara a Ferrara). L’altra sera Paragone l’ha invitato a L’ultima parola: Piazza Pulita gli aveva
fregato Belpietro e restava solo zio Tibia, circondato dal nerboruto Landini che pare la sua custodia, da diversi politici e da alcune persone normali. Che l’hanno sconvolto con ragionamenti normali: tipo che nei paesi seri ci si dimette per molto meno, che uno può avere tutte le donne che vuole purché non le faccia pagare a noi. Lui, sgomento, rimpiccioliva a vista d’occhio su una sedia divenuta
improvvisamente enorme e ripetendo pensierini da far vergognare i bambini dell’asilo cari a Feltri: “In questo momento nelle redazioni si guarda il premier dal buco della serratura”, “le intercettazioni dimostrano che in Italia c’è la prostituzione, sai che
n ov i t à ”. Poi, memore di un certo Sallustio, storico dell’antica Roma, si convinceva di esserne il discendente: “Le prostitute c’erano anche nell’antica Roma”. Il presunto antenato avrebbe potuto spiegargli che ai suoi tempi i puttanieri non sfilavano al Family Day, non si facevano ricattare, le mignotte se le pagavano da soli e non le portavano al governo o in Parlamento. Ma lui non poteva parlare delle intercettazioni che uscivano in quelle stesse ore e smentivano quel che stava dicendo: lui infatti, bivaccando giorno e notte negli studi televisivi, non poteva conoscerle. E così si rifugiava nell’archeologia, spiegando che tutti i mali d’Italia
risalgono al ‘94, quando fu spiccato “il primo avviso di garanzia per B. che poi si rivelò infondato ma servì a Di Pietro per candidarsi in politica contro B.”.
In studio nemmeno il berlusconiano più sfegatato riusciva a cogliere il nesso tra i festini del puttaniere di Hardcore e quell’avviso di garanzia (che poi era un invito a comparire) per le tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza, talmente infondato che i corrotti furono tutti condannati, così come i corruttori che oggi siedono felicemente in Parlamento. Una sola cosa era chiara a tutti: che Olindo è un uomo solo e molto bisognoso di aiuto. Lo affidiamo al buon cuore del padrone che, come ci ha rivelato in questi giorni, è uso “aiutare le persone in difficoltà che minacciano atti autolesionistici”. Tipo ripresentarsi in tv a dire certe scemenze.

Marco Travaglio - il Fatto - 18 settembre 2011

Il re è morto

Un giorno, in un paese di merda lontano lontano,
morì il re. Ma non si poteva dire. La sua corte di
servi, mignotte, papponi, ladri, stallieri,
menestrelli, nani, avvocati, scribi e farisei,
dipendeva in tutto e per tutto da lui e non era affatto
certa che il successore continuasse a mantenerla. Così, a
palazzo, si misero d’accordo per non far uscire la notizia.
Il medico legale, chiamato a constatare il decesso del
sovrano, fu murato vivo in un sottoscala col suo referto.
La notizia trapelò presso qualche gazzetta del regno, ma
gli editori erano tutti finanziati dal re o dalla corte e
dunque fu agevole bloccare i necrologi. Le televisioni,
poi, erano tutte nelle sue mani (a parte una, controllata
da un’opposizione sfigata e inetta) e cantavano le sue lodi
a reti unificate. Un notiziario era diretto da un vecchio
biscazziere divenuto mezzano in tarda età. Un altro, il più
visto, aveva alla guida una cantatrice calva che parlava
con la zeppola, nota più per le note spese che per le note
politiche, e appestava il regno con “editor iali” ch e
superavano in cortigianeria quelli del
biscazziere-mezzano. Descriveva, la cantatrice, un paese
fiabesco, un Regno di Saturno dove tutti erano felici,
ricchi, opulenti e goderecci, e ogni sera pregavano il
Cielo che il re non li abbandonasse mai. Fu così che la
gente continuò a credere che il sovrano fosse ancora
vivo. A corte, i fedelissimi passavano le giornate a
imbellettarne e profumarne il cadaverino per mascherare
i vermi e la puzza e allontanare insetti e animali
necrofagi. La luce del suo studio restava accesa giorno e
notte, e una controfigura della sua statura (niente di che)
sedeva alla sua scrivania per mostrarlo curvo sui destini
della Nazione 24 ore su 24. I giornali continuavano a
narrare le sue gesta, anche amatorie, descrivendolo come
un simpatico e instancabile dongiovanni, in preda a una
prorompente virilità: cantando con un misto di
ammiccamenti e ammirazione le virtù delle sue favorite,
comprese tra i 12 e i 18 anni, e sorvolando sui supporti
meccanici (argani, pompe idrauliche, carrucole,
catapulte, elisir di cialis e ghisa in polvere) di cui si
avvaleva negli ultimi mesi di vita. La sua seconda moglie
aveva cercato di mettere sull’avviso il popolo e le
istituzioni: “Mio marito è molto malato, va con le
minorenni, aiutatelo”, ma fu subito silenziata come
traditrice disfattista e rinchiusa in un castello periferico.
Il re era solito abusare del suo immenso potere per
corrompere giudici, testimoni, gendarmi, ufficiali del
fisco, politici lealisti e persino qualche oppositore, per
accaparrarsene i servigi. Ma anche per sistemare in posti
di alta responsabilità, a spese dei sudditi, i complici delle
sue malefatte per ricompensarli o silenziarli. E ogni tanto
i giudici lo chiamavano a risponderne in tribunale. Ma
lui, essendo morto, non vi compariva mai: i suoi avvocati
inventavano le scuse più fantasiose per giustificarne la
latitanza, costretti persino a mandare per il mondo una
controfigura delle stesse dimensioni, pittata e asfaltata di
fresco, per mostrarlo vivo e vegeto. Fuori del palazzo
stazionava ogni giorno una lunga fila di postulanti
vocianti: tali Mora, Fede, Lavitola, Tarantini, seguiti da
un’orda di procaci signorine che la stampa si ostinava a
chiamare “escor t”. Minacciavano rivelazioni sul sovrano.
E i cortigiani, per evitare guai, s’affacciavano al balcone
per rassicurarli che il re pensava sempre a loro ed elargire
a ciascuno buste imbottite di denaro contante. La notizia
del decesso giunse all’orecchio dei leader
dell’opposizione, ma anch’essi, fatti due conti,
preferirono avallare la versione ufficiale: per non
prendersi la responsabilità di governare, fatica
assolutamente impari alle loro possibilità, e per
continuare a poltrire e a trafficare alla sua ombra,
balbettando ogni tanto “il re si dovrebbe dimettere”
(tant’è che si diffuse la voce che erano morti loro). Un
giorno il Palazzo fu evacuato per una puzza improvvisa e
irrespirabile. Qualcuno insinuò che fosse tanfo di
cadavere. Ma il portavoce si affrettò a precisare: “Il re
gode di ottima salute, infatti ha appena scoreggiato”.

Marco Travaglio - Il Fatto Quotidiano - 16 settembre 2011

Kitesurfing on sunset
(Naxos - august 2011)

Kitesurfing on sunset
(Naxos - august 2011)

Ma la miseria, egregio signore, la miseria è un vizio. Nella povertà voi conservate ancora la nobiltà dei vostri sentimenti innati; nella miseria, invece, nessuno mai la conserva. Se siete miserabile, neppure col bastone vi si scaccia…
Delitto e castigo - Fedor Dostoevskij