Akronimo
Parlachè?

Giorgio Napolitano & Enrico Letta sono molto
preoccupati per il Parlamento, profanato
dalle squadracce pentastellate ansiose di trasformare
quell’aula sorda e grigia in un bivacco di manipoli.
Tutte le forze democratiche, da Grasso alla
Boldrini, da Renzi a De Luca a Farinetti, da Berlusconi
a Verdini a Dell’Utri, da Alfano a Cicchitto
a Giovanardi, da Monti a Piercasinando a Cesa,
da Salvini a Maroni a Borghezio, senza dimenticare
La Russa, la Cancellieri in Ligresti e tutto il
cucuzzaro, sono precettate per stringersi a coorte
in un nuovo arco costituzionale, pronte alla morte
per difendere il sacro tempio del potere legislativo
così orrendamente sfigurato dai nuovi lanzichenecchi.
Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento,
cioè per quella cosa che tre anni fa votava
a gran maggioranza la mozione “Ruby nipote di
Mubarak”.
Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento,
cioè per quella cosa che ha approvato in vent’anni
un centinaio di leggi vergogna, perlopiù incostituzionali,
su misura per Berlusconi, i suoi reati,
i suoi processi, le sue aziende, le sue tv, i suoi affari.
Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento,
cioè per quella cosa che dal 1994 a oggi
ha eseguito punto per punto il “papello” di Totò
Riina, abolendo le supercarceri di Pianosa e Asinara,
l’arresto obbligatorio per i mafiosi, l’erga -
stolo, i pentiti e ora completando l’opera dimezzando
le pene ai boss per farli uscire prima.
Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento,
cioè per quella cosa che ha salvato dall’arresto
una trentina di parlamentari, compresi
Dell’Utri, Previti e Cosentino.
Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento,
cioè per quella cosa che in vent’anni ha
votato tre scudi fiscali e una dozzina fra condoni
tributari, edilizi e ambientali.
Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento,
cioè per quella cosa che ha regalato ai
partiti 2,3 miliardi di rimborsi-truffa tradendo il
referendum che abolì i finanziamenti pubblici.
Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento,
cioè per quella cosa che l’anno scorso, in un
empito di dignità, approvò una mozione M5S-Sel
per sospendere l’acquisto dei caccia F-35, dopodiché
Napolitano riunì il Consiglio di Difesa e decretò
che il Parlamento non doveva impicciarsi.
Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento,
cioè per quella cosa che Napolitano tratta
come il cortile del Quirinale, minacciando le
dimissioni casomai non obbedisse ai suoi ordini.
Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento,
cioè per quella cosa che un anno fa ricevette
l’ordine di Napolitano & Letta di devastare
la Costituzione, e pure con una certa urgenza,
tant’è che doveva pure scassinarne l’art. 138
per fare alla svelta.
Napolitano e Letta sono preoccupati per il Parlamento,
cioè per quella cosa che è stata totalmente
bypassata per la nuova legge elettorale prima da
Napolitano, che convocò i gruppi di maggioranza
per discuterne aumma aumma al Quirinale; poi da
Renzi&Berlusconi che han fabbricato l’Italicum
Pregiudicatum in luoghi privati col beneplacito di
Napolitano & Letta.
Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento,
cioè per quella cosa che è stata ridotta da
Napolitano e dai suoi governi a passacarte di Palazzo
Chigi e del Quirinale: nel primo settennato,
Napolitano ha firmato e il Parlamento ratificato
(quasi sempre strozzato dalle fiducie) 168 decreti,
in gran parte incostituzionali perché privi dei requisiti
di necessità e urgenza: 47 del governo Prodi-
2, 80 del governo Berlusconi-3, 41 del governo
Monti. Senza contare quelli del NapoLetta.
Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento,
cioè per quella cosa che ha appena eseguito
il diktat di Letta convertendo il decreto che,
con la scusa dell’Imu, regala 4,5-7,5 miliardi alle
banche con soldi nostri, rapinati dalle riserve di
Bankitalia.
Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento:
perché, c’è ancora un Parlamento?

Marco Travaglio

- Il Fatto - 2-2-14

Anche questa è Milano.

Anche questa è Milano.

BUS STOP

Naxos - Mikri Vigla (Greece)

BUS STOP

Naxos - Mikri Vigla (Greece)

Da Amici alle marmotte, fila al Colle

Non so esattamente con quale mazzo giochi a poker
Silvio Berlusconi, ma una cosa è certa: ha una
collezione completa di “ultime carte” da buttare sui
tavoli del Quirinale. Già si parlò di un’ultima carta Letta
(zio), poi venne l’ultima carta Angelino Alfano. Poi
si giocò – ma da lontano – un’ultima carta Luciano
Violante. Poi, ecco l’ultima carta, Fedele Confalonieri,
in visita rispettosa e implorante. Ora si mormora che
tra palazzo Grazioli e il Colle sia stato istituito un servizio
di bus-navetta per “ultime carte” incaricate di andare
a pietire improbabili soluzioni politiche a una cosa
che politica non è: una sentenza della Cassazione.
Dicono che il Presidente Napolitano stia addestrando
delle controfigure per ricevere i pellegrini in cerca di
indulgenze, dovranno solo somigliargli un po’, allargare
le braccia e scuotere il capo. Alcuni questuanti
faranno la scalinata in ginocchio, altri si flagelleranno
con piccole ma dolorose fruste fino al sanguinamento.
Cesare Cadeo giungerà al Colle con un set di pentole
antiaderenti per illustrare al Presidente come sia ingiusto
condannare chi ha fatto tanto per le massaie
italiane. In cambio di un gesto di clemenza potrebbe
lasciare al Quirinale anche due materassi con federe e
copripiumone, più un forno microonde in omaggio. Le
star più popolari delle tivù Mediaset potrebbero essere
mobilitare già questa mattina. Frank Agrama e l’av -
vocato Mills potrebbero presentarsi come vincitori di
Amici, mentre il rapper Moreno giungerebbe direttamente
dalla festa del Pd, dimostrando così concretamente
il valore delle larghe intese. Dopo aver perso
tempo con falchi e colombe, poi, il Cavaliere potrebbe
puntare sui paperi: Qui, Quo e Qua sono già pronti e
citano a memoria articoli del Manuale delle Giovani
Marmotte sulla legge Severino, ben più di quanto sappia
fare Quagliariello. Il centrocampo del Milan, infortunati
compresi, potrebbe salire al Colle, aggredendo
gli spazi e coprendo le fasce, già nel primo pomeriggio,
aggirando la difesa a zona dei corazzieri. Poi
sarà finalmente il momento del giudice di Forum , preceduto
da un mesto corteo composto dai direttori delle
testate di famiglia, ma senza Sallusti perché un infarto
del Presidente sarebbe in questo momento disastroso.
Una delegazione della FederDandy guidata da Carlo
Rossella dovrebbe consegnare cravatte di Hermes con
scritto “amnistia” in piccoli caratteri dorati, mentre –
una volta individuata la finestra della camera da letto di
Napolitano – toccherebbe a Mariano Apicella suonare
una toccante serenata. Sabina Began, che ha tatuato il
nome di Silvio su un piede, avrebbe promesso di farsi
tatuare il nome di Giorgio sull’altro, ma questo solo in
cambio della grazia sulle pene accessorie. Dopodiché si
giocheranno le vere e definitive ultime carte nella più
pura tradizione italiana: i figli, i piezz’e core, le criature,
che potrebbero salire al Colle a chiedere pietà per il
babbo, come da copione della sceneggiata napoletana.
Loro in lacrime, e il Presidente buono e paterno.

E ‘o malamente, che aspetta trepidante ad Arcore.

Alessandro Robecchi

Il Fatto Quotidiano - 8 settembre 2013

Noi che ci scusiamo di essere italiani

Dopo 64 “grazie” e 39 “mi scusi”. Dopo che hai sorriso all’albergatore che ti trattava a calci nel sedere, d’un tratto ti chiedi: perché appena passata la dogana ti sei messo a comportarti come nemmeno a casa Windsor?
No, non hai soldi nel baule. Il fatto è che all’estero ti senti in colpa. Hai paura di fare la figura del parente zozzone. Ti accade in Francia, figurati in Germania… roba che daresti la precedenza perfino alle auto in sosta per mostrarti ligio alle regole. Un brivido ti scende per la schiena al posto di blocco della gendarmeria francese o se il panettiere fa la domanda fatidica: “Da dove venite?”. “Sono italiano”, balbetti. Oddio, ora chiederà di Berlusconi, del bunga bunga, di mafia e corruzione.
Sì, ti senti a disagio perché sei italiano. Non hai mai sopportato lo snobismo di chi incensa gli altri Paesi. E denigra l’Italia. Eppure avverti addosso qualcosa, quasi un dolore. Ti ha preso appena dopo il tunnel del monte Bianco. Pensavi all’Italia che ti eri lasciato alle spalle e sentivi una stretta al cuore. Il punto è che se guardi intorno ti sembra di scorgere qualcosa che in Italia non trovi. No, la Francia non è più bella. “Dai, francesi, provate a battere la Toscana!”, dici dentro di te. Per reggere il confronto bastano le colline del pavese, i rilievi che dalla pianura veneta salgono verso le Dolomiti. O i silenzi dell’Appennino, tra Rieti e L’Aquila, i crinali pieni di luce del Molise. Ti vengono in mente borghi semisconosciuti, ma straordinari: Triora, Greccio, Ceri. E l’antica Roma, il Rinascimento… voi ce l’avete? A ogni condominio transalpino che incroci, ammettilo, godi un po’. Ma il disagio resta. Cos’ha questa Francia (ma varrebbe per Inghilterra, Germania, Norvegia…) che la tua Italia non ha più? É qualcosa che non vedi, ma percepisci ovunque. All’inizio pensi che siano i dettagli, la pietra chiara delle case da Nizza alla Bretagna, i municipi con la bandiera francese immacolata nei paesini di campagna. Oppure i platani dei viali, gli stessi dalla Corsica a Parigi. Non è mancanza di fantasia, piuttosto armonia, indizio di un progetto comune. Che abisso se la confronti con le casette senza stile, e pretenziose, delle nostre campagne. Ovunque diverse: ognuno ha un proprio disegno e al diavolo il resto! Ma è qualcosa che va ben oltre. Che sia la storia? Queste nazioni sono unite da secoli, ti dici, noi siamo la terra dei comuni. Vero, ma qui parliamo del presente. Magari del futuro.
Così torni in Italia senza risposta. Accanto sfilano i castelli della Val d’Aosta, le Langhe. Eppure c’è come un vuoto nel paesaggio. Finché, come folgorato, capisci: manca qualcosa che tenga tutto insieme. Qualcosa in cui riconoscersi per sentirsi tutelati, per fare grandi progetti. Manca lo Stato. Manchiamo soprattutto noi.

di Ferruccio Sansa

Il fatto Quotidiano - 22/7/2013

"Al di sotto di ogni sospetto"

Non c’è analisi politica o sentenza giudiziaria
che descriva la nostra classe dirigente
meglio di un detto napoletano: “Fa il fesso
per non andare in guerra”. Si riferisce all’usanza
di fingersi scemi alla visita di leva per
essere riformati. Poi, naturalmente, capitava
che qualcuno venisse riformato perché era scemo
davvero. Ecco, noi non sappiamo quanti
politici o imprenditori o manager o funzionari
o alti ufficiali siano scemi e quanti fingano di
esserlo. Ma prendiamo atto che molti, moltissimi,
fanno di tutto per sembrarlo. E, va detto a
loro onore, ci riescono benissimo. L’altra sera
Angelino Alfano, nientemeno che segretario
del Pdl, vicepremier e ministro dell’Interno,
doveva essere davvero orgoglioso della sua performance
davanti al Senato e poi alla Camera,
quando leggeva solenne e ieratico il rapporto
Pansa che gli faceva fare la figura del fesso, tra
un “aperte virgolette”, un “chiuse le virgolette”
e un “aperte e chiuse le virgolette all’interno del
virgolettato”. Manco si rendeva conto di essere
la parodia di Alberto Sordi che, nel film Il vedovo
, ripassa con i complici il piano per far
precipitare la moglie nella tromba dell’ascensore,
nella quale alla fine sprofonderà lui (“Volta
foglio! Proseguiamo: paragrafo 21, volta pagina!
Alt!”). Ora c’è pure il Procaccini espiatorio
che racconta: fu il ministro a chiedermi di
incontrare l’ambasciatore kazako e, dopo, gli
riferii le sue richieste. Ma il premier Nipote non
sente ragioni: “Alfano è totalmente estraneo”,
dunque resta al suon posto. In fondo è per questo
che andiamo a votare: perché venga fuori
una maggioranza che esprima un governo che
nomini dei ministri che non sappiano una mazza
di quel che avviene nel loro ministero. Totalmente
estranei. Sono lì apposta: per non sapere
nulla. Dunque Jolie è assolto – si dice in
linguaggio penalistico – per totale incapacità di
intendere e volere. Di solito, il passo successivo
è il ricovero in un’apposita comunità di recupero.
Ma pure il governo può andar bene.
Lo stesso dicasi per i politici Prima e Seconda
Repubblica, destra e sinistra, che fino all’altroieri
han fatto affari con Ligresti: chi l’avrebbe
mai detto che era un poco di buono. In fondo
don Salvatore già vent’anni fa entrava e usciva
dalle patrie galere. In fondo le sue aziende colavano
a picco da anni mentre i compensi della
famiglia lievitavano (nel 2008-2010, 9 milioni a
Jonella più laurea honoris causa all’Università di
Torino in Economia aziendale, e in cosa se no?;
10 a Gioacchino Paolo; 3,4 a Giulia; 8 al manager
Talarico; 15 al manager Marchionni).
Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe tornato al
gabbio. Pareva una così brava persona. E Tronchetti
Provera? Sono sei anni che tutti sanno
dello spionaggio ordito dalla Security Telecom
del fedelissimo Tavaroli nell’ufficio accanto al
suo, e tutti a domandarsi: chissà mai se Tronchetti
lo sapeva. Qualcuno si sbilanciò a ribattezzarlo
Tronchetti Dov’Era. Poi ieri arriva una
sentenza, di primo grado per carità: forse sapeva.
In un paese decente si leverebbe un coro
di giubilo (anche da lui): meno male, vuol dire
che almeno era un buon capo. Invece no. La
comunità finanziaria è sgomenta: ma come, un
top manager che sa qualcosa di quanto accade
nella sua azienda? Dove andremo a finire.
Quel che è certo invece da ieri – in attesa delle
motivazioni – è che il generale Mori era sì un
grande detective antimafia. Però prima catturava
un boss e non gli perquisiva il covo; poi
l’altro boss non lo catturava proprio. Ma sempre
in buona fede (il fatto non costituisce reato:
cioè è vero, ma senza dolo). Mica voleva favorire
la mafia: semmai lo Stato, ammesso e che
ci sia qualche differenza. Anche lui agiva a sua
insaputa, mirabile emblema di una classe dirigente
al di sotto di ogni sospetto. Alla fine
però chi fa il fesso è furbo. Il vero fesso – scriveva
Giuseppe Prezzolini – “è stupido. Se non
fosse stupido avrebbe cacciato via i furbi da
parecchio tempo”.

Marco Travaglio - Il Fatto 18/07/2013

"Ha ragione Berlusconi"
di Marco Travaglio
(il fatto - 12 luglio 2013)
La notizia è che B. ha ragione. Dal suo punto
di vista, ma ha ragione da vendere. Vent’anni
fa entrò in politica per non finire in galera:
tutte le sue aziende erano sotto inchiesta e
gran parte dei suoi manager inquisiti o detenuti
per Tangentopoli. Bastava un nonnulla e sarebbe
toccato a lui, cosa che infatti avvenne di lì
a poco, appena divenne premier, quando un
sottufficiale della Gdf rivelò di aver ricevuto
soldi dopo un’ispezione fiscale alla Fininvest.
Da allora ogni indagine o processo per i suoi
reati divenne una persecuzione politica. All’inizio
lo dicevano soltanto lui e i suoi servi. Poi
cominciarono a dirlo in tanti. Oggi lo dicono o
lo pensano quasi tutti: compreso il Pd che lo
aiuta a chiudere il Parlamento per protesta contro
la Cassazione. Chi, tre mesi fa, sui giornali e
nei palazzi, sponsorizzò o avallò il governo
Pd-Pdl sapeva benissimo qual era il prezzo da
pagargli. Un prezzo doppio: metà occulto, cioè
l’impunità; e metà palese, cioè il taglio dell’Imu
per la campagna elettorale in caso di mancata
impunità. Sono vent’anni che fa così e non si
vede perché dovrebbe smettere proprio ora. La
“guerra dei 20 anni”, la “pacificazione”, la “distinzione
fra giustizia e politica”, l’“unità nazionale”
sono esche per gonzi. Lui sta al governo
per non essere condannato. E non ne ha
mai fatto mistero. Che vogliono da lui i fresconi
e i cacadubbi che scoprono all’improvviso il
rapporto consustanziale fra il B. politico e il B.
imputato? Che va cercando Polito El Drito,
gran tifoso del governissimo, che ora casca dal
pero sul Corriere perché l’Italia – sai che novità
- è “ostaggio di vicende extraparlamentari sulle
quali né le Camere, né il governo e nemmeno il
capo dello Stato possono alcunché”? Dove ha
vissuto in questi vent’anni: nell’iperuranio? Di
che si lagna Claudio Sardo sulla fu Unità per il
“ricatto inaccettabile” il giorno dopo che il Pd
l’ha accettato? E cos’è quest’attesa spasmodica
per il 30 luglio? C’è forse bisogno di quella
sentenza per sapere se B. è un delinquente o un
galantuomo? Cari tartufi, provate una volta
nella vita a guardare in faccia la realtà: vi si
spalancherà un mondo. Stiamo parlando di un
ometto che, senza le sue leggi ad personam,
sarebbe in galera da un pezzo. Almeno dal 25
febbraio 2010, quando la Cassazione dichiarò
prescritta la corruzione giudiziaria per David
Mills, pagato da B. con 600mila dollari in cambio
di due false testimonianze in suo favore.
Nel 2005, appena la Procura di Milano lo scoprì,
B. varò l’ex Cirielli, che tagliava la prescrizione
per la corruzione giudiziaria da 15 a
10 anni (dal 2014 al 2009). Già che c’era, stabilì
pure che gli ultrasettantenni scontino la pena ai
domiciliari anziché in carcere. Nel 2006 il centrosinistra
gli regalò l’indulto extralarge: sconto
di 3 anni per tutti i reati, corruzione inclusa.
Nel 2008 B. tornò al governo e impose subito il
“lodo” Alfano, bloccando i processi delle alte
cariche, cioè i suoi. Così il Tribunale continuò
a processare il solo Mills, stralciando B. in un
processo separato e congelato in attesa della
Consulta. Mills si beccò 4 anni e mezzo in primo
e in secondo grado. Nel 2009 la Corte cancellò
il lodo e il processo a B. ripartì, ma da capo
dinanzi a un diverso collegio. Nel 2010 la Cassazione
dichiarò prescritto ma commesso il
reato di Mills. E nel 2012 il Tribunale fece altrettanto
con B. Ma, senza Cirielli, il reato si
sarebbe prescritto nel 2014: dunque Mills sarebbe
stato condannato a 4 anni e 6 mesi definitivi;
così come B., che – senza lo stralcio
imposto dal lodo - sarebbe stato processato e
condannato con lui. Senza l’indulto, niente
sconto di 3 anni per entrambi. E, senza la norma
sugli over 70, B. sarebbe finito in galera con
Mills fin dal 25 febbraio 2010. Non solo: interdetto
dai pubblici uffici, non si sarebbe potuto
candidare alle ultime elezioni. Eccola, cari
tartufi, l’unica guerra dei 20 anni che s’è combattuta
dal ‘94 a oggi: quella dell’Impunito alla
Giustizia. Voi, di grazia, dove cazzo eravate?
Divisivi e no

Bei tempi quando giocavamo a cowboy e
indiani, o a guardie e ladri e poi, crescendo,
ci dividevamo fra destra e sinistra. Ora, con
tutti i problemi che già abbiamo, ci tocca pure
domandarci se siamo o no “divisivi” e “seminatori
di odio”. E, in caso affermativo, redimerci
e scusarci per avere magari inavvertitamente
sabotato la “pacificazione nazionale”.
Prodi e Rodotà non sono andati al Quirinale in
quanto “divisivi”: conoscendo B., l’avrebbero
tenuto lontano dal governo; invece Napolitano,
conoscendo B., l’ha tenuto molto vicino, anzi
dentro. Enrico Letta è divenuto premier proprio
perché non è divisivo: anzi, è proprio indivisibile
dallo zio. L’altro giorno un Comune
toscano ha rinunciato a intitolare la sala consiliare
a un’eroina partigiana perché la Resistenza
“è divisiva”. Giusto: non c’è nulla di più
partigiano dei partigiani, che osavano combattere
i fascisti, per giunta con le armi, anziché
abbracciarli fraternamente e farci un governo
insieme. Molto divisiva la requisitoria Boccassini
al processo Ruby: la toga rossa ha chiesto
per il Cavaliere di Hardcore 6 anni di galera più
interdizione perpetua, anziché congratularsi
per le cene eleganti e soprattutto per i dopocena,
così aprendo un’insanabile divisione fra
puttanieri e non. Un po’ come il divisivo Battiato,
saggiamente cacciato dal governatore
Crocetta per aver eretto un muro invalicabile
fra onorevoli troie e non. Lo stesso dicasi della
divisiva pm Annamaria Fiorillo, punita dal
Csm perché, dicendo la verità sulla notte di
Ruby in Questura, ha scavato un profondo fossato
fra chi mente e chi no. Divisiva anche la
Corte d’appello di Milano che, condannando
un evasore fiscale per evasione fiscale, ha innescato
pericolose spaccature fra chi non paga
le tasse e chi le paga anche per lui. Molto divisive
le figlie di Tortora, che “facevano meglio
a tacere” e a cogliere la sottile ironia nell’autoaccostamento
di B. al loro genitore: egli non
intendeva paragonarsi a lui per il processo (Enzo
fra l’altro era innocente), ma per la decisiva
importanza del fattore ornitologico nelle carriere
di entrambi.
Gli episodi di cui sopra servano di lezione agli
italiani: ciascuno è chiamato a fare la sua parte,
improntando la vita quotidiana ai più rigorosi
criteri di non-divisività e pacificazione nazionale.
Qualche esempio aiuterà a capire meglio
la portata della sfida. Se siete in auto, fermi al
semaforo, e un pirata della strada ubriaco fradicio
col bottiglione di whisky in una mano e il
cellulare nell’altra vi tampona violentemente
sderenandovi la macchina, contate fino a dieci
prima di uscire dalla carcassa; e, quando lo fate,
andategli incontro a braccia aperte, domandandogli
se si sia fatto male, rimborsandogli
sull’unghia il danno arrecatogli e scusandovi
per la vostra inopinata presenza proprio davanti
al suo Suv, scevri da qualsivoglia atteggiamento
odiatorio e divisivo. Se un ladro vi
scippa la borsa per strada, rinunciate a rincorrerlo
per recuperare il maltolto (sarebbe un sintomo
inequivocabile di odio) e contribuite alla
pacificazione nazionale: se possibile, mentre
s’allontana, augurategli buona fortuna e dettategli
al volo il pin del vostro bancomat. Se fate
i vostri bisogni al bagno pubblico e un teppista
vi orina addosso, abbandonate inutili odii o
tentazioni divisive: lasciategli completare la
minzione e congratulatevi per la splendida mira.
Se, rincasando, trovate vostro marito a letto
con un’altra, allontanatevi in punta di piedi per
non interrompere divisivamente l’amplesso e, a
cose fatte, servite alla coppia due caffè e cornetti
alla crema. Se siete una bella ragazza e un tamarro
vi fa la manomorta sul bus, rifuggite da
gesti inconsulti e divisivi, tipo ceffone o urlo o
chiamata al 113: anzi, ringraziate il nuovo corteggiatore
per il gentile pensiero e invitatelo a
cena. Solo così, in un futuro che tutti speriamo
prossimo, avrà fine l’annosa guerra civile permanente
fra palpeggiatori e palpeggiate.

di Marco Travaglio - Il Fatto Quotidiano 14 maggio 2013

Il Portabugie

In questi tempi bizzarri accadono cose davvero
strane. Càpita persino di ricevere lezioni
di giornalismo e deontologia da Pasquale
Cascella, giornalista di cui sfuggono i pensieri e
le opere, ma non le parole e le omissioni. Giornalista
dell’Unità a targhe alterne, Cascella fu
portavoce di Napolitano presidente della Camera,
poi di D’Alema premier (quando Palazzo
Chigi divenne – Guido Rossi dixit – “l’unica
merchant bank dove non si parla inglese”), poi
di Violante capogruppo Ds alla Camera, poi di
nuovo di Napolitano presidente della Repubblica.
Dunque è Cavaliere di Gran Croce, Grand’Ufficiale
e Cavaliere dell’Ordine al merito
della Repubblica, e ora candidato del Pd a sindaco
della natìa Barletta. Ieri il Port. Cand. Cav.
Gr. Cr. Grand’Uff. ha rilasciato un’intervista al
prestigioso programma radiofonico La Zanzara:
“La vicenda D’Ambrosio? Bisogna chiedere a
Travaglio se non ha problemi di coscienza, per
il modo in cui ha fatto informazione, non credo
sia un modo di fare giornalismo. È stato un
attacco mirato alla persona, a Napolitano. Mi
chiedo come alcuni facciano informazione sul
Fatto , come facciano a convivere con la propria
coscienza e deontologia professionale, che nel
caso D’Ambrosio è stata violata”. Questo monumento
dell’informazione libera e indipendente
si riferisce al magistrato Loris D’Ambrosio,
come consigliere giuridico di Napolitano,
sorpreso l’anno scorso dalle intercettazioni
disposte dai giudici di Palermo sui telefoni
di Nicola Mancino ad attivarsi, su richiesta
dell’ex ministro indagato per falsa testimonianza,
per deviare le indagini sulla trattativa
Stato-mafia con pressioni sul procuratore
antimafia Grasso e sui Pg della Cassazione
Esposito e Ciani. Il Fatto , come tutti i quotidiani,
pubblicò le telefonate, depositate e non
più segrete. Criticò, come pochi quotidiani, le
intromissioni del Quirinale in un’indagine in
corso. E, come nessun quotidiano, diede la parola
a D’Ambrosio con un’ampia intervista.
D’Ambrosio disse di non poter rispondere sul
ruolo di Napolitano mandante delle sue mosse
(come emergeva dalle sue parole intercettate),
perché era tenuto a un presunto “segreto” e a
un’imprecisata “immunità” presidenziale. Ma
s’impegnò a farlo se il capo dello Stato l’avesse
svincolato. Il che purtroppo non avvenne: al
posto suo intervenne Cascella per opporre il
silenzio stampa. Il Fatto inviò le domande direttamente
a Napolitano. Il quale rispose, con
un dispaccio recapitatoci da un messo in motocicletta,
che non intendeva rispondere. Però
fece poi sapere che D’Ambrosio gli aveva offerto
le dimissioni e lui le aveva respinte confermandogli
“affetto e stima intangibili”. Anche
quella fu una risposta ai nostri interrogativi,
incentrati su una questione cruciale:
quando D’Ambrosio svelava a Mancino di aver
parlato a Grasso, Esposito e Ciani in nome e per
conto del “Presidente” che “ha preso a cuore la
questione” e “sa tutto”, millantava credito o
diceva la verità? Il fatto che Napolitano gli confermasse
fiducia significa che D’Ambrosio non
millantava: obbediva agli ordini. Dunque tutto
ciò che ha fatto, conseguenze comprese, è responsabilità
di Napolitano (e Mancino). Forse
tutto sarebbe ancor più chiaro se il Colle avesse
divulgato il contenuto delle quattro telefonate
Napolitano-Mancino, anziché scatenare la
guerra termonucleare ai pm di Palermo per
farle distruggere, a maggior gloria dell’inciucio.
Non contento, quando D’Ambrosio morì d’infarto,
Napolitano tentò di scaricare la colpa su
chi l’aveva criticato. Ora il Port. Cand. Cav. Gr.
Cr. Grand’Uff. Cascella ci riprova. Ma sbaglia
indirizzo. Noi siamo a posto con la nostra coscienza,
avendo esercitato il dovere di cronaca,
il diritto di critica e di replica. Chissà se può
dire altrettanto chi usò D’Ambrosio come scudo
umano e parafulmine. Ma in Italia, oltre al
principio di responsabilità, è stata abolita anche
la vergogna.

Marco Travaglio - Il fatto quotidiano

3 maggio 2013